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Ti hanno detto che non hai osso per inserire impianti. Ne sei certo?

Gli impianti dentali si inseriscono nell’osso mascellare e nel corso dei mesi successivi si integrano all’osso stesso per poter poi ancorare dei denti fissi.

La procedura standard per inserire impianti nell’osso mascellare prevede che l’impianto sia inserito dopo aver praticato un foro della dimensione adeguata nell’osso.

Ma cosa succede se la dimensione dell’osso non è sufficiente per inserire l’impianto?

Esistono diverse procedure che permettono di aumentare la dimensione dell’osso prima o durante l’inserzione dell’impianto. Il sistema più frequentemente utilizzato prevede un innesto di osso dello stesso paziente spesso miscelato con matrice ossea sterile bovina o suina stabilizzato con delle piccole viti in titanio e/o con le cosiddette “membrane”. Il prelievo si effettua sull’angolo della mandibola, sul mento o in altre zone del corpo (per esempio la teca cranica). Il periodo di integrazione dell’innesto ovviamente allunga di molto i tempi di guarigione.

È sempre necessaria una procedura di questo genere?

Noi riteniamo di no. Esistono delle tecniche che prevedono l’allargamento dell’osso esistente contemporaneamente all’inserzione dell’impianto. Queste tecniche sono genericamente dette “split-crest”. Negli anni ’90, i dottori Gianni Bruschi ed Agostino Scipioni misero a punto una variante molto speciale di questa tecnica conosciuta con l’acronimo E.R.E. (Edentulous Ridge Expansion). L’effetto fu dirompente nel mondo dentale ed accademico. La split-crest divenne  più agevolmente applicabile ad un numero maggiore di casi e fu inquadrata in modo preciso sia in termini di indicazioni che come procedura. I dottori Bruschi & Scipioni insegnarono la tecnica in tutto il mondo, contrastando anche il mondo accademico che era restio ad accettare una soluzione relativamente semplice per un problema complesso.

Perché la tecnica E.R.E. è relativamente semplice rispetto agli innesti?

L’inserimento di un impianto con la tecnica E.R.E. nella maggioranza dei casi non richiede più tempo rispetto alla tecnica tradizionale. Il tempo di guarigione è analogo ed il post-operatorio è del tutto sovrapponibile. Inoltre, non è necessario un prelievo di osso donatore, ma si usa solo l’osso nativo della zona di inserzione.

Ma è sicura la tecnica E.R.E.?

Assolutamente si. La tecnica E.R.E. è stata valutata efficace e sicura in numerosi studi peer-reviewed pubblicati su importanti riviste internazionali.

La tecnica E.R.E. è la cugina della tecnica L.M.S.F. (Localized Management of Sinus Floor) per l’aumento di osso verticale nei settori posteriori dell’arcata superiore.

I denti influiscono sulla nostra salute generale?

Le malattie infettive croniche parodontali (delle gengive, dell’osso e delle radici dentali in genere) sono perlopiù asintomatiche o paucisintomatiche (poco sintomatiche) e spesso rappresentano una scoperta occasionale nel corso di visite approfondite o esami radiografici regionali. Esse sono molto frequenti nella popolazione e rappresentano infatti (secondo l’OMS) la più frequente patologia cronica nella popolazione adulta mondiale (circa il 50% della popolazione).

Queste infezioni nascono dalla proliferazione incontrollata (dovuta alla scarsa igiene orale e pregressi trattamenti non andati a buon fine) di diverse specie batteriche anaerobiche gram-negative.

Queste specie batteriche patogene e anche i loro prodotti di degradazione, costituiscono insieme il cosiddetto biofilm. Il biofilm aggredisce i denti ed i tessuti orali e, in modo molto più insidioso, è in grado di aggredire l’organismo umano nel suo insieme, anche in assenza di sintomatologia locale o generale, attraverso la stimolazione della produzione delle citochine che instaurano un processo infiammatorio generale che contribuisce a scatenare malattie gravi in altri organi.

The Possibility of an Infectious Etiology of Alzheimer Disease

(immagine tratta e tradotta da: The Possibility of an Infectious Etiology of Alzheimer Disease. Ghulam M. Ashraf. Vadim V. Tarasov, Alfiya Makhmutovа, Vladimir N. Chubarev, Marco Avila-Rodriguez, Sergey O. Bachurin, Gjumrakch Aliev. Molecular Neurobiology (2019) 56:4479–4491 https://doi.org/10.1007/s12035-018-1388-y)